Enza De Martino

Mio padre fa il sarto
Ho scritto queste righe dedicandole a chi mi ha insegnato cosa fosse il lavoro. Mi sembra adatta per la notte del lavoro narrato perché parla di quello che ho imparato e che coincide più o meno con la possibilità, con il diritto (oggi ampiamente calpestato) che ognuno dovrebbe avere di poter vivere lasciando che il demone buono che lo agita dentro e che coincide con il dono del talento, qualunque esso sia, possa esprimersi migliorando il circostante, oltre che se stessi. Io faccio un altro mestiere, un lavoro che ritengo sia il più bello e il più importante al mondo, l’insegnante, e come materia prima non ho tessuti ma le menti di tanti ragazzi. Ma il senso di responsabilità, la totale dedizione, l’onestà e l’abnegazione in tutto quello che si fa le ho imparate in una sartoria e nei gesti di un artigiano che ho la fortuna di avere come padre.
Papà in cucina con il tavolo invaso da libri di sartoria, riviste di abbigliamento, ritagli di giornali e fogli che mi chiede di correggere.
Mamma che, data l’ora (mezzanotte e oltre), lo invita a chiudere tutto e ad andare a letto. Anche perché la sveglia suona presto.
Scena vista e rivista.
Scena di un uomo che lavora tutto il giorno circondato da abiti e stoffe, con ago e filo tra le mani e alla sera, come se non gli bastasse, si mette a scrivere di quel mondo “in-tessuto”.
Mi sembra una storia molto semplice che potrebbe intitolarsi “Avere una passione”.
È la storia di mio padre che di mestiere fa il sarto.
Perché un mestiere, qualunque esso sia, non è mai solo un mestiere. Ci appartiene in maniera più intima di quanto non ci voglia far credere un conto in banca. O, almeno, lui mi ha insegnato che così dovrebbe essere.
Mio padre fa il sarto perché da piccolo, son sicura, nella sua culla c’era del filo e qualche ago. E non si è mai punto.
Mio padre fa il sarto perché ne è felice. Alla sera è stanco, ma felice.
Mio padre fa il sarto perché, al momento di assegnare i mestieri, quella volta non si son sbagliati neppure di un centimetro. Era il mestiere esatto e l’uomo era quello, dotato di pazienza, umiltà e nobiltà d’animo, fantasia, correttezza, perseveranza.
Mio padre fa il sarto perché conosce l’eleganza.
Forse lui non sarà del tutto d’accordo, ma non c’entra l’abito. Lui è elegante. Di quell’eleganza che sa di buono, di integerrimo, di puntualità, di ricchezza interiore. Quell’eleganza che non scompare, da qualunque lato la spii.
Ho cercato, qualche volta, di cogliere aspetti poco “eleganti” di quel sarto lì.
Io che non sono una cliente, dovrei pescarlo un momento così, un momento in cui perde l’eleganza…mentre magari cambia abbigliamento per andare in campagna, o quando mangia gli spaghetti al sugo, un attimo di poca eleganza mentre gli si stanno chiudendo gli occhi per il sonno, o l’attimo in cui s’infastidisce per qualcosa… sarebbe umano. E invece non accade.
Mio padre fa il sarto. Fa il lavoro per cui è nato, il lavoro che gli riempie le viscere.
Perché si nasce con una passione tra le mani. A qualcuno scivola via, qualcun altro la tiene stretta.
Dirò la verità, a volte l’ho pensato: papà ma chi te lo fa fare? Quando l’ho visto lavorare anche di domenica fino a tardi con l’abatjour accesa. Quando d’inverno si doveva svegliare la mattina all’alba per finire qualche vestito. Quando era sempre lì, curvo per ore. E quando la paga mi sembrava irrisoria rispetto a tutto quello che c’era dietro. Così come quando qualche cliente ha ritirato il lavoro, ma non è più tornato per pagare. Papà… un lavoro con meno sacrifici, più tranquillo e sicuro, no?
Ovviamente no. E la risposta sta sempre nell’etimologia. Passione implica fatica. Questo l’ho imparato in quella sartoria, prima di studiarlo in latino.
Ricordo anche quando a scuola adottai la parola “asola” perché l’avevo vista nascere, con le sue curve fatte di filo e precisione, tra le mani di papà. Un dettaglio così piccolo ma prezioso che dava un tocco unico e diverso al prodotto finale. Mi è sempre sembrata poesia quella, e mio padre il poeta.
Sì, mio padre fa il sarto ma è un poeta. Scrive senza penna, attraverso l’ordito del cucito. Quando si fa bene il proprio mestiere si è poeti. Si scrivono i versi perfetti. Quelli che anche una bambina ricciolina e piccola capisce e riesce a leggere. Quelli che una figlia ricorderà per sempre, perché sono i versi che ti dettano le parole più importanti in assoluto, ti indicano la strada verso i tuoi sogni, una strada da percorrere non senza fatica ma senza scorciatoie. Ne vale la pena. Oh sì!
È più che lavorare. È energia che si espande e si moltiplica.
Se fai il mestiere che ti piace, semplicemente sorridi, gli altri se ne accorgono e contribuisci a quel famoso mondo migliore.
Mio padre di mestiere fa il sarto e io sotto il suo baffo ho sempre trovato il sorriso.

Le foto sono di un altro lavoro ben fatto, quello del fotografo Sergio Morra.
#lavoronarrato
#nottedellavoronarrato
#lavorobenfatto

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