Luciano Petrizzo

Ciao, voglio raccontare la mia storia, o meglio quella della mia famiglia.
Sono nato tra cappelli e scarpe vecchie, io figlio di calzolaio o, per meglio dire, ’o scarpar’, perché così si identifica il vero mestiere di un artigiano di scarpe.
Mio padre si chiamava Ciccio e veniva soprannominato ’o cappeddaro, perché il suo primo mestiere era il calzolaio, poi nel dopoguerra, poiché quasi tutti indossavano un cappello, a Napoli, si ingegnò, apprendendo l’arte del cappellaio, finita poi negli anni ’60, con l’avvento dei giovani beat che così fecero scomparire la moda del cappello classico.
Ma mio padre non si scoraggiò, e iniziò a commerciare anche le scarpe usate e di blocco, sempre agli inizi degli anni ’60.
Sono cresciuto molto in fretta, poiché già a 7 anni, dopo la scuola, stavo nel nostro piccolo negozio (ind’a puteca), e gestivo quella poca e selezionata clientela, prendendo appunti dai clienti affezionati e che si raccomandavano per un paio di scarpe usate garantite che il mio papà gli avrebbe riportato a breve, dopo le dovute rettifiche e riparazioni varie.
I miei primi ricordi mi riportano a quei primi viaggi a Napoli con mio padre, sulla litturina che da Lagonegro conduceva a Salerno e quindi a Napoli.
Sveglia prestissimo, alle 3:00 circa, rapida colazione di pane duro, fresella, e latte caldo, e a passo veloce fino alla Stazione di Padula ad aspettare il treno delle 4:20.
Per me era un evento viaggiare su quel treno, lungo un percorso tortuoso e poco confortevole, che veniva reso piacevole dai racconti degli amici di mio padre, saliti alle stazioni successive.
Si parlava di raccolto – olio, grano, fagioli, funghi – e si concordavano poi gli scambi e le consegne per l’inverno, dei prodotti che ognuno di loro produceva. Non si parlava di sport, o di cose futili, ma solo di sostentamento e di vita vissuta.
Giunti a Salerno si cambiava treno, e dopo un’oretta si arrivava alla stazione di Piazza Garibaldi. Da lì in poi iniziava la nostra veloce corsa, verso le tappe stabilite, per poter acquistare tutto il necessario, perché entro le 12.30/12.45, dovevamo riprendere il treno di ritorno.
Attraversavamo a passo spedito le strade che ci portavano verso il Vasto – zona confinante la stazione centrale dove le strade hanno i nomi delle città italiane, via Firenze, via Milano, corso Novara, etc.
L’appuntamento era con un grossista di scarpe militari, che ci attendeva e ci conduceva in un sotterraneo, forse un rifugio dell’ultima guerra, buio e tenebroso. Però il mio papà conosceva il posto e i suoi fornitori, che stoccavano quantità enormi di scarpe usate di vari stati militari, italiani, tedeschi, inglesi, americani; ogni modello di scarpa aveva un’identità precisa, proprio come la sua provenienza. C’era poi l’ispezione minuziosa di tutto lo stock di quel notevole quantitativo e la trattativa finale per il saccone intero di queste ruvide e malconcie scarpe, con un prezzo che tra richiesta/offerta, si concludeva con una stretta di mano e al pagamento in contanti di tutta la mercanzia.
Da lì si passava, per Forcella, dove c’erano i rivenditori di materiale per poter riparare tutte quelle scarpe, alcune molto usurate dai soldati. Dai grossi fogli di cuoio, per le scarpe più delicate, ai carrarmati di gomma per risuolare i grossi scarponi pesanti militari, da proporre ai numerosi contadini e pastori del territorio, e poi chiodi, spago, mastice, lucido (‘a crommatina’’), grasso e arnesi vari.
Da lì poi ci si recava nel cuore storico del commercio per le scarpe e i tessuti, zona piazza Mercato, ma più precisamente, nel Lavinaio. È lì che verso le 11.00, c’era la prima vera pausa che io attendevo, affamato da quel lungo cammino mattutino, mi apprestavo a gustare una calda e profumata pizza a portafoglio, comprata al banco della pizzeria, lì all’angolo, ritenuta da mio padre la migliore di Napoli. Altre volte, quando c’era un po’ più di tempo, il mio papà mi portava all’Antica pizzeria Da Michele o Al Trianon a Forcella, e lì mi ritrovavo davanti quella pizza enorme (‘a Rot ‘e Carro) che non riuscivo mai a mangiare tutta (ma non andava buttata, anzi la si avvolgeva in una doppia carta e si portava a casa).
Poi il giro continuava, con le varie tappe dai vari rivenditori di scarpe nuove ma a poco prezzo, quelle necessarie, e già ordinate dai nostri clienti abituali del negozio. Non si comprava, per tenerle inutilmente lì ferme in negozio (come si fa oggi). Quindi acquisti misurati e mirati.
Poi il confezionamento in file da 6 scatole, legate da fili di Iuta e annodati in cima alla fila stessa. Infine, l’ultima tappa del viaggio finiva da ‘’Donna Adelina’’ la tavola calda situata nei pressi del Lavinaio. Da lontano si sentivano già i profumi della sua cucina, e c’era l’accoglienza e la simpatia della proprietaria, che mio padre conosceva da molti anni. Seguiva poi la richiesta delle ‘mboste di pane cafone ripiene di ogni ben di Dio, rigorosamente di prodotti stagionali. In quelle lunghe teglie di Purpe affugate, Sasicce e friarielli, Puparuolo fritti, ‘o Suffritto, a Napoli chiamata ‘a Zuppa Forte.
Insomma tutto il paradiso della cucina napoletana era là e quelle mboste, venivano tagliate in 2 – 3 pezzi e avvolte in tanta carta gialla, quella alimentare di una volta, poiché dovevano affrontare il lungo viaggio di ritorno.
Preso tutto il necessario, incluse le serie di scarpe nuove, ed essendo passato già mezzogiorno, ci si avviava verso la stazione per prendere il treno di ritorno. Sul treno si consumava una di quelle mboste, poiché il resto lo si portava a casa, per poi consumare il tutto nei giorni seguenti.
Poi dalla borsa, come per magia, il mio papà tirava fuori una bottiglia di buon vino, che allora proveniva dal nostro vigneto ‘re tatt Rusario’, e poco dopo, per la stanchezza e per quel po’ di vino, si appisolava, per una mezz’ora, giusto il tempo di arrivare a Salerno.
Lì, nei paraggi della stazione, mio padre aveva la sua pasticceria preferita, dove prendere le solite sfogliatelle ricce e frolle. Dopo di che giusto il tempo per raggiungere il binario e ripartire per Padula.

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